Le bollicine italiane per brindare al nuovo anno

Le bollicine italiane per brindare al nuovo anno: 10 etichette da stappare in compagnia

Spumeggianti, fresche e onnipresenti sulle tavole degli italiani. Per le feste, ma anche in ogni occasione di condivisione. Sono le bollicine italiane, declinate in diverse sfumature, ma ognuna in grado di regalare brindisi di alto livello; che siano metodo Classico o Charmat, sono ormai uscite dal confine dell’aperitivo, delle festività o come accompagnamento al dolce, donando estasi al palato durante tutto il pasto.

In questo articolo ho selezionato 10 incredibili etichette provenienti da diverse zone d’Italia, più o meno note, che stapperò durante le feste (ma potrebbero aumentare)…Cin cin!

La bollicina di Montagna

Merano, il suo territorio e i vini che si producono nelle zone circostanti sono stati per me amore a prima vista e al primo sorso. Il microclima che le accarezza, infatti, è unico al mondo ed è responsabile della complessità, della freschezza e dell’eleganza che arriva riconoscibilissima nel bicchiere.

Fuori da ogni denominazione, ma dentro al mio cuore, c’è una bollicina speciale, frutto di intenso lavoro e studio da parte di una delle più rinomate cantine della zona, la Cantina Merano. Mi riferisco al Brut Riserva 36 Mesi, creato da una grande cuvée delle varietà di vitigni francesi Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco, rispettivamente (85%, 10% e 5%) secondo il metodo classico.

Le uve provengono da vigneti selezionati dell’area meranese, che grazie al sapiente assemblaggio sviluppano un aroma unico, fresco e fruttato. La complessa, seconda fermentazione in bottiglia con successivo affinamento di 36 mesi sui lieviti fini conferisce a questo spumante riserva un perlage a grana fine e una piacevole nota di lievito per divenire un vero capolavoro.

In un’elegante bottiglia insolitamente chiara il bouquet complesso di crosta di pane, lievito, vaniglia e frutta matura si unisce perfettamente con la mineralità, l’acidità vibrante e il perlage fine e persistente. Fantastico da sorseggiare all’aperitivo, ma in grado di sostenere anche il tutto pasto. E immancabile ai brindisi delle feste.

Il Metodo Classico pugliese da bombino bianco in purezza

Dalle Alpi al profondo sud. La seconda bollicina italiana che proponiamo in questo articolo non manca mai nella mia cantinetta perché è la prova tangibile che anche in Puglia si fanno dei metodo classico di altissima qualità. Ti dirò di più: non dai soliti vini, ma da bombino bianco in purezza.

Il merito di questa scoperta va alla cantina D’Araprì di San Severo, tra le colline della Daunia, che ha saputo valorizzare al massimo un vitigno autoctono come il bombino. Tra le etichette della cantina, menzione particolare va alla Riserva Nobile, che segue una prima fermentazione in legno responsabile del colore oro scintillante che assume una volta versato nel calice, del profumo ricco di frutta matura e del sentore di vaniglia. In seguito riposa in cantina per almeno 36 mesi prima di essere commercializzato.

Dall’Etna con amore

Sempre desiderosa di sfatare i falsi miti, vi chiedo: chi l’ha detto che in Sicilia non si fanno buone bollicine? Sicuramente non saranno un prodotto conosciuto come quello di altre regioni, ma alcune cantine lavorano molto bene anche con gli spumanti. Per cui, se sei alla ricerca di una bolla siciliana, il mio consiglio è quello di stappare (se riesci a recuperarne una bottiglia) un brut metodo classico da uve carricante coltivate ad alta quota su terreno vulcanico della cantina Nicosia.

L’etichetta si chiama Sosta Tre Santi e rimane in affinamento sui lieviti in bottiglia per almeno 18 mesi. Il delicato perlage, l’eleganza dei profumi, la sua grande freschezza e mineralità ne fanno uno spumante ottimo da bere sia come aperitivo che a tutto pasto. Della stessa “linea” anche l’Etna Doc da nerello mascalese in purezza e il rosato, anch’esso dallo stesso vitigno.

Franciacorta, una garanzia di finezza ed eleganza

Casa dolce casa. Con il termine Franciacorta ormai non si definisce più soltanto un territorio specifico, ma si delinea anche l’omonimo vino diventato famoso in tutto il mondo per le sue incredibili caratteristiche organolettiche e la potenzialità di competere con i blasonati vicini di casa francesi.

Tra le tantissime le etichette che si fregiano di questo nome, per il nostro brindisi 2021 siamo andati a cercare una chicca nella cantina dell’azienda Monterossa: l’eletto, tra l’altro, è stato premiato di recente al Merano Wine Festival con la medaglia Platinum. Stiamo parlando del Cabochon Doppio Zero 2014, un Brut Nature (senza aggiunta di dosaggio zuccherino) ottenuto dalle uve dei migliori cru della Franciacorta, risultato di un invecchiamento sui lieviti per oltre 48 mesi. 70% chardonnay e 30% pinot nero. 

Un Trento Doc da 10 e lode

 

Un altro metodo classico di grande charme arriva dal Trentino (e fa parte della denominazione Trento Doc): si chiama Riserva del Fondatore 796 Letrari 2010. Anche in questo caso parliamo di un fuoriclasse millesimato, dotato di grande eleganza e complessità, oltre che di un’identità ben precisa.

Il fatto di essere stato ben 8 anni (96 mesi) ad affinare sui lieviti contribuisce a donare autorevolezza ed eleganza a questo vino, dal finale lunghissimo. Una struttura incredibile lo sostiene e lo rende prezioso ora, così come per anni a venire. Il Dégorgement Tardif (la sboccatura dilazionata nel tempo) attraverso la lisi lunga e continua dei lieviti permette di creare nel bicchiere un prodotto che è l’anima stessa del territorio in cui nasce. E unisce l’eccezionale complessità e autorevolezza a una sapiente eleganza. Il gusto è crema pura, pieno e rotondo nella sua complessità, dove si ritrovano le note del frutto maturo, rilanciate su un sottofondo di agrumi e spezie. Un vino fresco, vivace, ma anche pieno e di solida struttura, principe assoluto in occasioni di convivi importanti. 50% chardonnay e 50% pinot nero.

La RIbolla friulana

Il signore della Ribolla – in Friuli lo sanno tutti – è Manlio Collavini, erede del fondatore Eugenio, il quale, alla fine degli anni Settanta, decise di dedicare 4,5 ettari di terra della sua azienda di Corno di Rosazzo (UD) a un’antica varietà autoctona interpretandola come base spumante: la ribolla gialla. Attualmente, tra le diverse bottiglie di bollicine italiane che portano “l’etichetta col Bassotto” troviamo il Dosaggio Zero, perfetto come aperitivo, accompagna antipasti di pesce e salumi, ed è ottimo anche per il finger food.

Dopo una prima fermentazione parte in acciaio e parte in barriques, la base viene fatta rifermentare in grandi autoclavi orizzontali. Segue un affinamento sur lies per un periodo mai inferiore ai 30 cicli lunari, durante i quali la rifermentazione prosegue molto lentamente fino a portare il residuo zuccherino sotto i 3 g/l. Dodici mesi di bottiglia sono necessari per completare il lungo processo di affinamento.

100% ribolla gialla.

Un brindisi con l’Oltrepò Pavese

Se penso alle bollicine italiane devo per forza fare tappa anche in Oltrepò Pavese, meravigliosa zona collinare vocata alla da secoli alla spumantizzazione e, tra le aziende vitivinicole più riconosciute della zona, annoveriamo Monsupello. Fondata dalla famiglia Boatti nel lontano 1893, ogni anno produce miracoli enologici da veri intenditori, complessi, equilibrati e armonici. Due le bottiglie in esame: una entry level e una top di gamma.

Il Monsupello Brut, in ogni caso, è sempre un grande prodotto, ideale per l’aperitivo ma anche accostato a parecchie preparazioni, essenzialmente a base di pesce e crostacei. Composto dal 90% di Pinot Nero e un 10% di Chardonnay affinato in acciaio, viene prodotto in circa 12mila bottiglie annue. Per gli intenditori (e chi non bada a spese): il Nature 2002, una cuvèe speciale, finissima, dedicata al fondatore della casa Carletto Boatti. Lasciato sui lieviti per oltre 10 anni e degorgiato nel dicembre 2012, è un vino di grande stoffa e cremosità, proveniente da uve raccolte in cassetta e spremute in pressa Willmes con utilizzo esclusivamente del 50% di mosto fiore. Oggi di questa magnifica annata restano 1280 bottiglie, numerate in etichetta e vendute in serie limitata ad estimatori e collezionisti di grandi bolle.

Anche in Umbria si stappa di qualità

Sempre da uve pinot nero, ma coltivate in Umbria, precisamente tra Narni e Orticoli, prende vita il Nerosè 60 mesi, spumante metodo classico dell’azienda agricola La Madeleine, che riposa minimo 60 mesi sui propri lieviti prima di brillare nei calici di chi ha la curiosità di assaggiarlo. Come la Sicilia di cui parlavamo prima, anche l’Umbria non è famosa per essere terra di bollicine, ma questo spumante rosato ti farà cambiare idea. Alla vista si presenta già in tutto il suo splendore, vestito di color rosa antico brillante.

Fini, numerose e persistenti le bollicine, che stuzzicano il palato prima riempirlo con una complessità che non ti aspetti. Cremoso in bocca, quasi vellutato, elegante e con un’ottima spalla acida che lo sostiene egregiamente. C’è chi ha definito questo spumante “pericoloso” per via della sua piacevolezza e del suo equilibrio. Una bollicina che non stanca, anzi, rimanda sempre al prossimo sorso. 100% pinot nero.

Bollicina d’Alta Langa ad affinamento estremo

Proseguiamo il nostro viaggio in Italia stappando una pregiata bottiglia di Zero 140 di Enrico Serafino, un metodo classico Pas Dosè che affina sui lieviti per quasi 12 anni (140 mesi e 6 giorni per il 2007). Da qui appunto il nome. Una sfida stra vinta direi, che voleva dimostrare al mondo intero quanto potenziale di longevità avessero i vini di Alta Langa.

Composto dall’85% di Pinot Nero e dal restante 15% di Chardonnay, la riserva 2007 è un vino che se non stappi in occasioni speciali probabilmente non stapperai mai. Un vino anche questo da intenditori e che non è facile da reperire. Ma come tutte le cose speciali, per averla bisogna sudarsela! Prodotto a partire dal millesimo 2004, ZERO 140 Riserva Pas Dosè Enrico Serafino è, in assoluto, il primo Alta Langa ad affinamento estremo mai prodotto, che conferisce al vino eleganza e complessità uniche.

La bolla dry da abbinare al Panettone o al Pandoro

Partiamo dal presupposto che i gusti non si discutono. Però, se proprio vogliamo essere precisi e affidarci alle regole delineate dalle diverse associazioni di sommelier, dobbiamo dire che il dolce di pandori e panettoni chiamerebbe in abbinamento un vino con alto contenuto zuccherino. Quindi un vino dolce, che in tema di bollicine si chiama Dry. A tal proposito, per selezionare l’etichetta giusta non potevamo non andare nella vicina e amata Valdobbiadene.

La soluzione ce l’ha offerta l’azienda vitivinicola La Tordera – che prende il nome dal secolare vigneto di proprietà nel Cartizze e, in particolare, dalla presenza di un’altura denominata “tordera” frequentata dai tordi. L’elegante bottiglia in questione selezionata per il brindisi delle feste, il Tittoni “Rive di Vidor” Valdobbiadene Docg, è per questo motivo impreziosita da un rilievo sul collo con la riproduzione del tordo stilizzato racchiuso nel suo nido.

Il nettare contenuto all’interno, invece, di colore giallo paglierino brillante, è prodotto a partire da uve Glera e Perera, aromatiche e naturalmente dolcissime. Dal gusto elegante e raffinato, e caratterizzato da un perlage persistente e finissimo, questo Dry mi sento di consigliarlo per il brindisi di fine cena. Ma se qualcuno preferisce accostarlo a qualche secondo piatto di pesce delicato, come un filetto di orata o a una tartare di tonno, non è detto che non ci stia bene.

 

Un articolo a parte andrebbe dedicato alle bollicine d’Oltralpe, complici ideali per un prezioso e indimenticabile brindisi. Qualche cenno, con il mio champagne preferito, sia in versione classica che rosé, lo trovi nell’articolo sui regali gourmet in arrivo.

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